Il quartiere Testaccio di Roma

Nato come nuovo porto fluviale dell’antica Roma, il quartiere Testaccio deve il suo nome ad un’altura formata da frammenti di anfore olearie accumulati nell’arco di secoli. Nel medioevo, la zona ricca di vigne e pascoli, era sede di riti religiosi che si completavano in una via crucis sull’altura del Testaccio. Divenne un quartiere solo dopo l’unità di Italia, quando lo sviluppo demografico spingeva la richiesta di alloggi nelle prime zone fuori dalle mura aureliane, al tempo limite della città. Oggi il Testaccio è un quartiere famoso per la sua romanità, con i suoi molti ristoranti e trattorie romane dove si può ancora gustare la cucina tradizionale romana.

Il nuovo porto fluviale dell’Antica Roma

L’odierno quartiere del Testaccio occupa una piana che si estende per circa 600 000 mq e presenta un tessuto urbano ricco di testimonianze storiche. Infatti le sue origini si possono far risalire al II secolo a.C, periodo in cui la repubblica Romana grazie al suo nuovo sviluppo, vedeva crescere l’esigenza di incrementare i trasporti navali dal mare alla capitale. Il vecchio approdo presso il Foro Boario era ormai diventato insufficiente per i bisogni della nuova capitale e quindi la vasta area del Testaccio che si estendeva su una delle rive del fiume Tevere, fu destinata alla costruzione del nuovo porto (Emporium).

Il quartiere Testaccio di Roma - Le rive del Tevere
Il Tevere in corrispondenza del Testaccio

Il nuovo complesso portuale fu quindi realizzato dal 193 a.C al 174 a.C dapprima dai consoli M.Emilio Lepido e L.Emilio Paolo, e poi dai censori Q.Fulvio Flacco e A.Postumio Albino. Si ebbe così una vasta struttura che comprendeva la costruzione degli argini su entrambe le sponde del Tevere con due ampie banchine dotate di ormeggi. Scale, rampe di accesso e ormeggi permettevano poi il carico e scarico delle merci ai magazzini adiacenti il porto. Oggi il tratto meglio conservato si snoda per circa 150 sulla riva sinistra del Tevere subito a valle del moderno ponte Sublicio.

Il quartiere Testaccio di Roma - Porto fluviale dell'antica Roma
Rovine dell’antico porto fluviale del Testaccio

Già pochi anni dopo la sua costruzione, il luogo si sviluppò enormemente. Qui arrivavano merci di ogni genere provenienti da tutto il Mediterraneo che, scaricate nei porti di Ostia e Porto (vicino a Fiumicino), venivano stipate su barche che risalivano il Tevere. Poi una volta giunte al Testaccio, qui venivano riposte e stipate in grandi magazzini, da cui poi venivano ridistribuite in tutta la città.

Il quartiere Testaccio di Roma - Mura Aureliane
Le Mura Aureliane segnavano il confine della città imperiale

Il Monte Testaccio

La fortuna ed il nome di questo quartiere si deve però al Monte Testaccio. Alto 49 metri s.l.m., è chiamato anche Monte dei Cocci. Il nome Testaccio deriva da testae, il nome latino con cui venivano chiamati i frammenti di anfora. Questa altura, infatti, non è altro che il risultato di secoli di accumulo metodico dei frammenti di anfore contenenti olio, che provenivano dal vicino porto fluviale. Le anfore provenienti dalle imbarcazioni, venivano svuotate e poi ridotte in frammenti, che venivano trasportati e depositati in quest’area a ridosso dei magazzini portuali.

Il quartiere Testaccio di Roma - il monte testaccio
Il Monte Testaccio

Diversamente dalle anfore destinate al trasporto di prodotti agricoli, come sementi o vino, le anfore olearie non potevano essere riutilizzate a causa della rapida alterazione dei residui di olio presenti nelle porosità interne. Per motivi igienici, queste anfore dovevano essere smaltite in maniera rapida ed economica. Si realizzò quindi una discarica in cui questi frammenti venivano accatastati con la massima economia di spazio, con la sola aggiunta di calce. Oltre 270 anni di attività della discarica (da Augusto a Gallieno) portarono alla formazione della collina oggi nota appunto come Testaccio.

Il Testaccio nel Medioevo

Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, le antiche rotte commerciali e navali si interruppero, le vie furono riempite da briganti e la città di Roma perse la sua importanza, con un calo netto della popolazione. La zona del Testaccio, tra il V ed VII sec. d.C subì un progressivo fenomeno di ruralizzazione, divenendo in epoca medievale sede di orti e vigne.

Nel Medioevo, la discarica ormai ricoperta di vegetazione, era divenuta una vera e propria collina, e fu scelta dalla popolazione dell’epoca come sede di manifestazioni popolari a carattere ricreativo e religioso. In un documento del 1256 viene chiamato Mons de Palio, con riferimento all’esecuzione di giochi pubblici tradizionali, ricordati come i ludi maximi del Carnevale romano. Il più famoso, chiamato ludus Testacio, era una sorta di corrida: sulla sommità del monte ad intervalli regolari veniva liberato un toro seguito nella discesa precipitosa sul pendio orientale da due carri con maiali all’interno. Ad attenderli nel campo erano i ludores che, armi in pugno, contendevano ed uccidevano le prede in una ressa spesso mortale per gli stessi giocatori.

Il quartiere Testaccio di Roma - Presenza di ruderi romani
Parte di ruderi romani nell’area tra Piramide Cestia e cimitero Acattolico

Dal punto di vista religioso, sempre nel Medioevo, il monte divenne anche la meta del “Gioco della Passione“, una rappresentazione sacra che durante la settimana santa si concludeva sul monte simboleggiante il Golgota. A questa tradizione e alla via Crucis perpetuatasi nel tempo si richiama la croce di ferro posta sulla sommità del monte nel 1914.

Il Testaccio nell’epoca moderna

Nelle varie vicessitudini storiche, l’unico periodo che mise in pericolo l’integrità del monte Testaccio, fu quello del Seicento. Durante questo periodo il pendio orientale del monte fu considerato come un bersaglio per le esercitazioni dell’artiglieria papale presente presso la piramide di Caio Cestio. Altra grave alterazione furono gli scavi eseguiti in quel secolo e nel successivo per la costruzione di grotte alla base della collina, allo scopo di realizzare delle cantine per il vino. Oggi queste cantine sono ormai occupate da numerosi locali e discoteche che accerchiano il monte Testaccio per tutto il suo perimetro.

Piramide di Caio Cestio e Piazzale Ostiense
Piramide di Caio Cestio

Lo sviluppo del quartiere Testaccio come centro abitato lo abbiamo però solo negli anni immediatamente successivi all’Unità d’Italia. Nel 1872 il Comune di Roma destinò l’area alla costruzione di stabilimenti industriali con annesse le abitazioni degli operai. Tra questi vi era il Mattatoio realizzato proprio nelle immediate vicinanze del Monte Testaccio. Il quartiere, a causa della mancanza di infrastrutture (rete idrica, elettrica e fognaria), fu abitato da persone di basso rango sociale, di natura popolare, che però caratterizzerà in seguito la romanità e le sue tradizioni, così tanto famose nel mondo. La presenza del Mattatoio e dei cosiddetti Vaccinari, fa nascere qui la famosa ricetta della Coda alla Vaccinara.

Coda alla vaccinara
Coda alla Vaccinara

Chiesa di Santa Maria Liberatrice

Al centro del quartiere Testaccio vi è la Chiesa di Santa Maria Liberatrice, che è l’unica parrocchia presente nel quartiere. Dapprima ai benedettini e poi in seguito affidata ai Salesiani, la chiesa fu costruita nei primi anni del Novecento (1906-1908). Data la natura popolare del quartiere, il papa volle legare questa chiesa alla memoria della popolazione romana dandole il nome appartenuto ad un’altra chiesa del XIII secolo presente nel Foro Romano.

Il quartiere Testaccio di Roma - Chiesa di Santa Maria Liberatrice
Chiesa di Santa Maria Liberatrice

Il Cimitero Militare di Roma

A ridosso delle mura Aureliane, dietro al cimitero Acattolico, vi è il Rome War Cemetery, il cimitero militare delle truppe alleate. Qui infatti sono presenti 426 sepolture di soldati e fu realizzato in seguito all’ingresso delle truppe alleate che liberarono Roma il 4 giugno del 1944. All’entrata un’iscrizione in latino ed in inglese ricorda il periodo della guerra e commemora i soldati che hanno contribuito alla ritrovata libertà del popolo italiano.

Rome War Cemetery
Rome War Cemetery

La costruzione e manutenzione del cimitero è affidata alla Commonwealth War Graves Commission, fondata nel 1917 da Sir Fabian Ware e che ha il compito di costruire e curare i luoghi di sepoltura dei militari del Commonwealth morti nelle due guerre mondiali. Le tombe dei caduti sono semplici lapidi rettangolari con il lato superiore curvo, disposte su file parallele. Le distinzioni di nazionalità, grado e religione sono indicate solo sulle iscrizioni presenti su di esse. Nei pressi di ogni tomba vi sono fioriture, l’area restante è ricoperta da prato verde. Questa scelta è ispirata dalla volontà di comunicare al visitatore un’atmosfera familiare di pace e serenità.

Arco di San Lazzaro

Sulla via Marmorata, la via che separa il Testaccio dal colle Aventino, vi è un arco realizzato in opera cementizia con una cortina in laterizi. Quest’arco oggi poco evidente, si trovava sul tracciato della via Ostiensis, l’antica arteria di collegamento del Porto Tiberino con Ostia.

Il quartiere Testaccio di Roma - Arco di San Lazzaro
Arco di San Lazzaro

Nel Medioevo l’arco fu inserito nel percorso delle sacre rappresentazioni che si concludevano sul Monte Testaccio. L’arco nel corso della storia ebbe diversi nomi. Nel Cinquecento l’arco fu definito come Arco delle Sette Vespe o Arco dei Sette Vespilloni in riferimento agli incaricati della sepoltura dei morti, mentre successivamente venne chiamato anche Arco di Orazio Coclite per la vicinanza al ponte Sublicio che la tradizione legava alle gesta del leggendario eroe romano.

Il quartiere Testaccio di Roma - Arco di San Lazzaro (foto d'epoca)
Arco di San Lazzaro (foto d’epoca)

L’arco prese in seguito il nome Arco di San Lazzaro dal nome di una piccola chiesa dedicata al santo protettore dei lebbrosi, costruita nel XV secolo di fianco al fornice, nella quale si raccoglievano le offerte per i lazzaretti. La chiesa era ancora attiva alla fine del Settecento, come è attestato dalla sua presenza nell’elenco delle parrocchie che correda la pianta di Roma di Antonio Barbey (1798).

Autore dell'articolo: Fabio Nelli